Visitando il Duomo di Vibo Valentia e descrivendo la figura dell’abate Luca .

Il Duomo di Vibo Valentia, dedicato a Santa Maria Maggiore e San Leoluca, patrono della città, è un edificio del XVII secolo edificato su una pre-esistente chiesa bizantina del IX secolo fortemente danneggiata dai terremoti del 1638 e del 1659, al punto di doverla ricostruire quasi completamente.

L’edifico, è decorato da numerosi e pregevoli stucchi barocchi e conserva importanti opere d’arte, fra cui il trittico statuario di Antonello Gagini, opera rinascimentale. La costruzione venne ultimata e consacrata nel 1766. Il terremoto del 1783, però, danneggiò gravemente la cupola, che venne abbattuta e anche l’interno e la facciata necessitarono di un restauro che gli conferì l’aspetto attuale.

La chiesa custodisce al suo interno un maestoso altare maggiore settecentesco in marmi policromi di notevole fattura, dal quale emerge la statua rinascimentale della Madonna della Neve. L’opera di maggior valore qui conservata resta però il celebre Trittico statuario del Gagini. . Il trittico è composto da una ordinata cornice architettonica in marmo scuro con colonne corinzie, che inquadra tre nicchie dove trovano posto, da sinistra a destra, le statue della Madonna delle Grazie, di San Giovanni Evangelista e di Santa Maria Maddalena. La chiesa posta su una pianta a croce latina, è stata leggermente modificata dopo il sisma del 1783. Tuttavia con la sua facciata prevalentemente barocca è affiancata da due campanili laterali e affaccia proprio sulla piazza dedicata a San Leoluca, l’abate Luca infatti fu considerato in vita uomo di importanti virtù tanto da diventare Patrono della città di Vibo Valentia.
San Leoluca fu un santo monaco italo-greco vissuto tra il IX-X secolo. Nacque a Corleone di Sicilia da Leone e Teotiste, contadini e pastori. Ancora in giovane età rimase orfano di entrambi i genitori, abbandonò i lavori agresti ed entrò novizio nel monastero di S. Filippo di Agira, dove ricevette la prima tonsura da un anziano monaco e il consiglio di emigrare in Calabria a causa della violente incursioni dei Saraceni in Sicilia. Raggiunta la Calabria, incontrò una pia donna, alla quale manifestò le tribolazioni dell’animo suo e le domandò un consiglio sul da farsi. E fu proprio tale donna che lo indusse ad abbracciare la vita monastica cenobitica. Si stabilì in Calabria, nel monastero sui monti Mula, divenendo discepolo dell’igumeno Cristoforo, che lo rivestì dell’abito monastico e gli cambiò il nome in Luca. Fondarono insieme un monastero nel territorio di Mercurio e un altro in quello di Vena e in quest’ultimo dimorarono fino alla morte. Designato igumeno del monastero di Vena dallo stesso Cristoforo morente, vi esplicò una funzione taumaturgica polivalente (guarì un lebbroso, dei paralitici e indemoniati). In punto di morte designò suoi successori Teodoro ed Eutimio, suoi discepoli. Dal monastero di Vena, dove morì, fu traslato, in seguito, a Monteleone in Calabria, dove fu eretta in suo onore la Chiesa Madre. Il suo culto è molto diffuso sia nel territorio di Corleone che di Vibo Valentia (anticamente chiamata Monteleone). Entrambi i nomi delle due città sembrano rifarsi al nome del santo. Secondo alcune teorie Corleone deriverebbe da Cor leonis, cioè terra di Leone così come Monteleone (oggi chiamata Vibo Valentia) deriverebbe da Mons Leonis, cioè Monte di Leone. Nel 2006, è stata scoperta in Calabria, a San Gregorio d’Ippona, una tomba con le presunte reliquie del monaco corleonese ( sull’argomento ne ho parlato ampiamente nell’articolo dedicato a Santa Rubra gioiello del vibonese). I resti erano in una grotta della chiesa di Santa Ruba.

Maria Lombardo
Consigliere Commissione Cultura CDS
Centro Studi e Ricerche
Comitati Due Sicilie