Messaggi recenti: Maria Lombardo

COSTUME POPOLARE CALABRESE E NICOTERESE

BREVE RICERCA DI MARIA LOMBARDO

“ I muggheri di mericani
vannu alla missa cu setti suttani
preganu u Signuri
mu nci manda nu miliuni
manda dinari maritu mio “

Sestina rinvenuta negli atti di un convegno tenuto a Napoli da Antonio d’Aloi molto significativa diffusa tra Nicotera e Limbadi come cambiamento del folklore a seguito della grande guerra .Va innanzitutto precisata la difficoltà incontrata durante il viaggio nei costumi popolari calabresi da me intrapreso per omaggiare la mia Terra: le Calabrie è proprio così che dopo attenti studi storici mi è gradita chiamarla.

L’excursus parte senza ombra di dubbio dal materiale reperito in Calabria Citeriore o Citra come dir si voglia,l’abbigliamento calabrese è stato fin dall’800 oggetto di studi attenti partendo dai cosiddetti “pagus” le pacchiane ormai simboli di un ‘abbigliamento ricoperto dall’oblio della memoria. Tuttavia nell’area dell’odierno cosentino si concentrano etnie diverse (Valdesi ed Albanesi) circa 150 paesi che conservano riti e tramandano l’uso del costume popolare, abito variopinto indossato nei giorni di festa in particolare per le nozze come patrimonio inalienabile accomunato a religione tanto quando al linguaggio. Sebbene, oggi quanto detto in calce è possibile documentarlo nelle zone dove la tradizione è più radicata, in quanto le donne più anziane conservano il costume come abito per il trapasso, mentre, ancora portano l’abito nero fino alla fine dei propri giorni in caso di vedovanza .La situazione muta per l’abito maschile l’impresa di ricerca è risultata difficoltosa e di difficile collocazione pochissimi pezzi per comprendere come l’uomo calabrese vestiva .

Tra le numerose pubblicazioni risulta essere di elevato valore etnografico l’opera di Maurice Maeterlinck “Promonade en Sicilia et in Calabre “ datato 1924 ma molto descrittivo a pag 33 una delle più significative pagine si legge :”la zona che si estende da Catanzaro a Nicastro è la sola d’Italia dove sono conservati i costumi di altri tempi. Gli uomini è vero non portano più in cappello appuntito, la schioppetta ed il trombone del brigante calabrese (…)” questo per quanto riguarda la Calabria Citra. Tuttavia, la situazione mutava nella Provincia Ultra o Ulteriore qui il cappello invellutato a punta scompariva per lasciare il passo alla “barritta longa” ,a tal proposito Gerard Rolhf in “Dizionario dialettale delle tre Calabrie“ ci descrive ciò:” …. al viaggiatore che 100 anni fa doveva recarsi dall’Italia centrale in Sicilia (…) lasciato il paese di Tiriolo ormai in vista dei due mari egli era entrato in una Calabria assai diversa da prima“.

Si era passato come per magia dalla Calabria cappelluta a quella barrittuta, in Calabria Ultra si portava una tipica barritta di lana azzurra a forma di sacco lungo 50 cm. Durante l’anno 1847 in piena età Borbonica assistiamo a lunghi viaggi compiuti da personaggi europei attui a studiare usi e costumi delle regioni più estreme dell’ex bel Reame ,possiamo collo care a questo punto gli studi di Edward Lear che nel suo studio intitolato Diario di un viaggio a piedi a pag 94 cita:” nella lunga fiumara di Allaro abbiamo osservato un gregge di (….)abbiamo incontrato uomini con veri cappelli a punta,(…)”.

Di grande efficacia sono le parole lasciate dall’etnografo nicoterese Raffaele Corso che da esperto etnografo annota con parole riprese dal contemporaneo Luigi Maria Lombardi Satriani in una famosa opera di elevato valore storico “Calabria 1908-1910. La ricerca etnografica di Raffaele Corso “ riporta le attente parole del maestro Corso:”tradizionale cappello dei contadini e dei pastori di forma conica è chiamato curvuni (…), oggi tali cappelli si fabbricano a Lagonegro impastando lana e pece (…) Prezzo l.4”.

Tuttavia , a conti fatti dall’età del Brigantaggio fu identificato come copricapo rivoluzionario tanto da proibire di indossarlo pena l’arresto immediato ennesima stoltezza del nuovo governo Italiano , chi vuol capire capisca .Senza ombra di dubbio e senza infuocare tale scritto di sapore duosiciliano nei miei numerosi studi ho appreso sia dalla elevata mole di documenti , che vogliono questo curioso cappello , copricapo dei Carbonari durante il 1820 ,ed ancora il “ cappello alla calabrese “ nel 1848 a Milano come da copione lo Stato Italiano si guardò bene da divulgare tali notizie .

Studiando con attenzione la storia di Nicotera dopo aver a grosse linee chiarito come il costume calabrese si sia evoluto nel corso del tempo ,pongo lo sguardo grazie anche agli autorevoli studi del Satriani sugli “ appassionati studi etnologici del Corso ,catapultando il lettore nell’anno 1911 il “ giovane avvocato di Nicotera “ viene invitato da Lamberto Loria ad occuparsi della mostra di etnografia italiana per il cinquantesimo anno dell’Unità d’Italia . Su questo proposito vi sono anche atti di un convegno tenutosi a Nicotera nel 1995 intitolato I Beni Culturali del Vibonese dove l’ancor giovane relatrice ed appassionata Fiorella Sicilia scrive a PAG 133 :”nel 1908 l’onorevole Ferdinando Martini , presidente del comitato per la celebrazione del cinquantenario dell’Unità ,conferi l’incarico di occuparsi della mostra (…) a Lamberto Loria …..(…) si possono menzionare ,volendo citarne alcuni il Roccavilla per il Piemonte il Pitrè per Palermo e non ultimo come lo definì lo stesso Loria “ il giovane avvocato di Nicotera “ appassionato di studi etnologici :Raffaele Corso”. Il Corso condusse alla mostra esemplari di abiti calabresi di elevato valore .

Appunto il 3 luglio del 1908 il Loria invia missiva al Corso dicendo tali parole :” Lei comprenderà quanto sia indispensabile che la Calabria sia rappresentata bene“, ed è proprio in codesto contesto che si spiega un carteggio tra i due etnografi situazione confutata anche dal Satriani. Il Corso inviò alle porte di Roma svariati costumi e ori che dopo il 1911 non furono mai più esposti abiti stupendi di pregevole fattura e ben dettagliati tra i quali spiccavano: le pacchiane di Cerva ,dei montanari di Oppido, Piminoro, Cittanova, Tresilico, Tiriolo, Gimigliano, Caroniti, delle chiazzarole di Drapia e Tropea e delle Cuccurinote. Esempi di costumi particolari ma che descrivono la vita delle donne calabresi, in ispecie il Corso descrive con attenzione il costume popolare delle donne di Capo Vaticano: la Drapiota (la donna di Drapia) indossava molti capi tra cui vi erano la Sajia (l’abito) ijppuni (camicia) faddali ( protezione per l’abito) vitta (corpetto) spatinu (per raccogliere i capelli ) pindajijhi ( oggetti vari ) gioesgiu ( gioiello )…. le drapiote usavano molte sottane per alzare i fianchi . La casalina Cuccurinota ( casalinga di Coccorino ) era composto da Sajia ,sinali , Ijppuni ,cammisa ( camicia ) maccaturu ( fazzoletto ), la camicia delle donne era il lino materiale duro adatto ai lavori . Abito da Chiazzarola di Tropea è quello più sontuoso è la donna che appare in piazza o a messa ,composto da Gonnejia ( gonnella)Ippuni a fantasia floreale ricamato ( faddali ) .

Maccaturi che copriva le spalle ed infine la Vitta un lungo nastro e lunghi orecchino in oro o perle .La situazione muta per Nicotera ,cittadina ultramillenaria della fascia Tirrenica Vibonese ,Una civiltà tradizionale ,questa che Diego Corso ,medico ,etnografo ,e studioso di storia locale ,padre di Raffaele ,aveva incominciato a conoscere nel suo andirivieni per le campagne nicoteresi e di Caroniti ,fin dalla seconda metà del XIX secolo scrive Vincenzo Brancia in “ Nicotera “, “Il Regno delle due Sicilie ,” VOL II a pag 19 continua una stupenda descrizione :” I gentiluomini e le gentildonne vestono decentemente ,nè mancano abili sarti .Gli artigiani vestono civilmente così anche le donne portano una gonna color indaco , in testa hanno la rizzuola ricamata in cotone nella quale avvolgono i capelli alla foggia di una corona (…) sono per lo più ben calzate ed inoltre portano ornamenti .

”La descrizione del Brancia prosegue con interesse ne medesimo testo annota ciò :”Gli agricoltori agiati indossano il giubbone di lana la camicia bianca ed i calzoni corti con calze e grossi scarponi di vitello . Mentre gli agricoltori non agiati vestono allo stesso modo ma con giubbone e calzoni di tela paesana e berretto di quelli fabbricati nel nostro Regno a Baronissi prov di Salerno e rigorosamente scalzi “.La personalità che ne esce fuori dagli studi del Corso poi ripreso dal Satriani è una personalità che sapeva affrontare problematiche etnografiche tanto quanto folkloristiche con grande competenza .

Continua ancora l’attenta descrizione del Brancia il quale annota questo :”I marinai nicoteresi vestono galantemente specie nei dì di festa (…) usano il giubbone di pistagna ,usano un fazzoletto al collo ed una camicia ,mentre il calzone lungo è a strisce con un berretto .In inverno il basso popolo porta abiti ordinari portando il malandrino un cappotto di bassa fattura ….(…) le donne vestono tutte ad un modo portando la sajia .Le donne di buona jiena portano l’abito unito ,mentre quelle del popolino portano il corpetto allacciato sul davanti .” Non possiamo disdegnare di affrescare l’abito delle feste a Nicotera anche qui si pone lo scritto del Brancia che con interesse dice :”L’abito della festa delle donne agiate era una sajia di seta color celeste o arancio ,tovaglia di lino orecchini oro ,calzette e scarponcini e l’orlo della camicia ornato di merletti .

”Durante questo viaggio spettacolare nel folklore Nicoterese con grande meraviglia mi sono imbattuta nelle parole di Antonio D’Aloi altro grande Nicoterese che negli atti di un Convegno con la dicitura :””Folklore della gente di mare di Nicotera “a pag 204 213 si vede scritto :”Al principio del secolo ciò che sa di antico va scomparendo dopo la prima guerra mondiale si seguono i costumi alla moda .

Il lusso è la caratteristiche delle superstiti famiglie marinare ,i cui mariti dall’America inviano grosse somme“. A conclusione di tanto a me gradito lavoro mi auspico un futuro rientro in Patria dei pezzi che il prof e grande accademico Corso inviò alla mostra del Loria, quei pezzi giaciono nei fondi di magazzino del museo etnografico di Roma, mentre Nicotera ad oggi potrebbe ostentare un passato gloriosissimo.

Maria Lombardo
Consigliere Commissione Cultura
Centro Studi e Ricerche
Comitati Due Sicilie.

LA STORIA DEL SANTUARIO DI POLSI

Madonna di Polsi

La Statua
… Anno 1144 tutto iniziò con questo avvenimento di natura soprannaturale ma di grande efficacia ma in realtà si tratta di tradizioni orali, giunte fino a noi.
Un mandriano stretto dalla necessità di cercare un toro smarrito, si spinge nell’impervia contrada di Polsi: lo trova davanti ad una croce di ferro che aveva riportato alla luce scavando.
In quel medesimo istante al pastore, di nome Italiano, originario di S. Cristina d’Aspromonte che sosta in preghiera, appare la Madonna che gli indica il punto esatto dove dovrà essere costruita una chiesa.
Un’altra tradizione colloca al posto del pastore, il conte Ruggero in una battuta di caccia. Saranno i monaci Basiliani a diffondere la devozione alla Croce e alla Madonna sotto il titolo di “S. Maria di Polsi”, ora più comunemente “La Madonna della Montagna”.

29 marzo 1481
Abolito il rito greco in Calabria, i monaci Basiliani, si ritirano a Grottaferrata e trasferiscono con sé rari e preziosi documenti di inestimabile valore storiografico. Degli illustri seguaci di S. Basilio il grande rimane il ricordo di gente che seppe tenere alto il senso del sacro con gli scritti, il lungo salmodiare, le celebrazioni delle maggiori ricorrenze assegnate dal loro calendario e soprattutto la santità di vita come testimonia la visita di Atanasio Calkeopulos, poi vescovo di Gerace, per incarico della Sede apostolica. Ricordiamo i frati Nicodemo, Atanasio, Teofilo, Neofito, Simeone e il venerabile frate Gerasimo. Anche S. Leo di Africo era solito portarsi a Polsi per adorare la santa Croce.

Secolo XVIII
Con l’abolizione del rito greco, il Santuario passa sotto la giurisdizione dei vescovi di Gerace, che si fanno rappresentare da sacerdoti aventi titolo di cappellani. Agli inizi del secolo XVIII, sotto la guida spirituale di detti sacerdoti, nel monastero di Polsi è viva la presenza di una comunità denominata “I Monaci di S. Paolo, I eremita”. Essi si dedicano alla preghiera e al lavoro manuale di qualsiasi genere, si occupano del convento e dei restanti edifici, curano il decoro della Chiesa. Sparsi in vari paesi e contrade della Calabria, diffondono la devozione alla Madonna ed attendono all’annuale questua per il mantenimento della comunità e del personale di servizio al Santuario.
Devote con una pietra in testa

La Chiesa
L’edificio sacro, nel suo complesso è di stile barocco. Molti sono stati i restauri e le trasformazioni subite nel tempo. Attualmente la Chiesa è un cantiere aperto ma risulta essere di un valore ineguagliabile. Attraverso le maestranze del posto si sta realizzando il più imponente restauro che sia mai avvenuto a Polsi. Le tre navate di cui è composta, sono state rifatte del tutto: arcate, stucchi, e consolidamento dei pilastri. Le decorazioni, con rifacimento delle scene in gesso descrittivi della vita della Madonna, il soffitto a cassettoni, prezioso per l’impiego di oro zecchino in fogliame.

L’Altare
L’altare in marmo policromo, offerto dalla città di Messina l’anno 1737, attualmente è in fase di restauro. Vengono eseguiti dei lavori di ricostruzioni di alcuni pezzi di marmo deterioratesi con il tempo, e, la pulitura del nero-fumo che si è accumulato negli anni dai ceri votivi dei fedeli.
All’estremità è posto un quadro dipinto ad olio di autore ignoto, raffigurante il Buon Pastore.
Ai lati, due colonne con capitello, abbelliscono la monumentale costruzione. Al centro, sovrasta imperiosa la statua della Madonna con Bambino. Sotto il sacro Simulacro, si trova il tabernacolo con porticina in argento.

La Madonna
Troneggia nell’ampia nicchia dell’altare, il maestoso simulacro, scolpito su pietra tufacea, della Madonna con il Bambino in braccio e trasportato probabilmente l’anno 1560, secondo quanto si legge in Corrado Alvaro.

In viaggio sul mulo
La statua pesa 8 quintali, e viene rimossa dalla sua sede ogni cinquant’anni. Spetta ai Sanluchesi, per tradizione antichissima, presentarla ai fedeli per la sacra cerimonia dell’incoronazione e portarla in processione trionfale per le vie dell’abitato.
E’ la prima scultura di cui si ha memoria, anche se la Platea del 1604 faccia riferimento ad una statua di legnami indorati: si tratta di un documento posteriore all’arrivo della statua a Polsi.

Le Carovane
II Santuario rimane aperto tutto l’anno ma, a causa della sua particolare ubicazione, i pellegrinaggi coincidono con le giornate primaverili. I pellegrini arrivano in “Carovane” organizzate.
Sono in numero di cinquanta provenienti dalla Piana di Gioia Tauro, dal reggino, e anche da alcuni paesi del catanzarese. Sono guidate da un ‘Procuratore’ che ha il compito, per incarico del Superiore del Santuario, di raccogliere offerte e doni in natura per il mantenimento del Santuario, e di tenere alta la devozione alla Madonna. A tutti è richiesto un comportamento moralmente e cristianamente esemplare.

Il Convento
Dalla navata sinistra della chiesa si accede al chiostro, dove si possono visitare le antiche celle, alcune restaurate, altre lasciate di proposito allo stato di origine. Qui abitavano gli umili frati dalla lunga barba incolta e avvolti nel pesante saio di orbace. Il pian terreno di costruzione antichissima e robusta, sorregge il restante edificio risultante di ben tre piani. In alcune di queste celle viene data ospitalità a-i pellegrini che lo richiedono.

La Festa
Preceduta dalla solenne novena che inizia il 24 agosto e dalla grande veglia di preghiera, la festa della Madonna si celebra il 2 di settembre. Alle ore 10,00 il Vescovo della diocesi e abate del Santuario, all’esterno della chiesa, presiede la solenne concelebrazione eucaristica. Terminata la solenne cerimonia inizia, per le strade del santuario, la processione con la statua della Madonna, offerta al sacro luogo, dai cittadini di Bagnara che hanno il privilegio di preparare e penare in processione. Nel tratto finale, al grido di “Viva Maria” la Madonna viene sollevata e mostrata al popolo orante e plaudente.

Palazzo Vescovile
E’ il luogo adibito per l’accoglienza dei cardinali (1919 Giustini -1981 Giuseppe Caprio), dei Vescovi di passaggio e del Vescovo della diocesi che è anche abate commendatario del santuario, nonché dei sacerdoti che accorrono numerosissimi durante il periodo della novena e della festa della Madonna per la cura spirituale dei numerosi pellegrini.

I Vescovi di Locri-Gerace
Da quando Polsi è sotto la giurisdizione diocesana, i vescovi, con la collaborazione di sacerdoti delegati inizialmente come cappellani e poi col titolo di Superiore, hanno dato lustro al Santuario. Qui vengono elencati coloro che in tanti secoli, hanno dato un contributo operoso. Le date fanno riferimento agli anni di episcopato.

Maria Lombardo
Consigliere Commissione Cultura Comitati due Sicilie
Centro Studi e Ricerche
Comitati due Sicilie.

Domenico Tarsitani, un grande medico del Regno delle Due Sicilie.

Nacque a Cittanova, cittadina che si trova ai piedi dell’Aspromonte, il 18 agosto 1817. Nel… 1834, si recò a Napoli per intraprendere gli studi Filosofici e Matematici in quanto propedeutici allo studio della medicina, disciplina verso cui si sentiva naturalmente inclinato. Il 4 novembre 1835, a 18 anni, entrò nel Collegio Medico Cerusico Napoletano, scuola di medicina annessa all’ospedale degli incurabili. Nello stesso anno, fu bandito un concorso per una mezza piazza franca, ovvero, un sussidio per lo studio da conferirsi al candidato che fosse risultato primo nelle lettere latine ed italiane; Tarsitani, molto istruito, vinse il premio e ciò gli valse d’incitamento a proseguire gli studi medici. Divenne un punto di riferimento per i compagni e acquistò simpatia agli occhi dei professori. Terminata la laurea in Medicina e Chirurgia, iniziò un periodo di praticantato nella Clinica Civile, e successivamente presso l’Ospedale degli Incurabili, dove ebbe come maestri tre grandi luminari della Clinica napoletana, i Professori Ronchi, Postiglione e Petrunti. Proseguì gli studi a Parigi, per fare un corso di specializzazione all’università della Sorbona e vi rimase per quattro anni, dividendosi tra gli studi universitari e la pratica nei grandi ospedali Parigini. Era talmente dedito allo studio e alla ricerca scientifica da meritare la stima dei principali professori di Medicina e Chirurgia. Il celebre Chirurgo Alfred Velpeau scrisse: «J’ai èté à même de constater le zèle, le mérite, l’habilitè et la grande instruction du Docteur Tarsitani, soit dans les hôpitaux où je l’ai vu souvent, soit dans les conversation particulieres que j’ai eues avec lui». La tendenza alla ricerca lo portò ad avvicinarsi all’ostetricia, nella Clinica Ostetrica e nell’Ospizio di Maternità fece una serie di scoperte che vennero pubblicate a Napoli sul giornale “Il Lucifero”. Volendo rendere meno dannose alcune manovre ostetriche, iniziò a correggere alcuni difetti del più antico strumento di ostetricia, il forcipe, che veniva utilizzato in molti casi per salvare la vita sia della madre che del bambino. Dopo una lunga serie di tentativi, durati oltre 10 mesi, utilizzando metalli che poteva modellare molto facilmente, riuscì a immaginare un «Nuovo forcipe a doppio perno», per risolvere proprio in modo pratico questo problema, vale a dire «d’evitare, senza alcuno inviluppo meccanico, lo scrociamento vizioso delle branche, in tutti i casi di parti, nei quali questa manovra si pericolosa alla madre ed al feto era stata in sino ad oggi inevitabile». La sua fama crebbe in tutta Europa. Tutte le grandi riviste scientifiche furono unanimi nel riconoscere la superiorità del forcipe a doppio perno, tanto che tutte le grande aziende di strumenti chirurgici non riuscivano a vendere il forcipe antico che avevano in commercio, perché tutti i chirurghi ed ostetrici richiedevano il forcipe Tarsitani. All’apice della sua fama a Parigi, Tarsitani insegnava ostetricia alla Sorbona dove aveva un gran numero di pazienti, ma la morte del fratello più grande lo costrinse, a tornare a Napoli dove fondò una scuola di Ostetricia secondo i fondamenti della Scienza Moderna, modellandola su quella delle altre università straniere. Fornito di tutti gli ultimi strumenti ginecologici ed ostetrici nonché di una ricca collezione di preparati Anatomici, continuò le sue ricerche in ambito ginecologico e sulle ascoltazioni ostetriche che sono state riportate in una importante memoria letta al Settimo Congresso degli scienziati Italiani, dal titolo: Sperimenti di Ascoltazione, fatti sulle donne incinte, ripetuti sopra i ruminanti, ed in particolare sulle vacche pregnanti, per conoscere la sede del Soffio uterino. Al congresso illustrò anche le sue osservazioni sulla Miotonia rachidiana. Gli scienziati presenti accolsero molto bene le ricerche di Tarsitani e lo incoraggiarono a proseguire negli studi
ostetrici. Riformato il Collegio Medico-Chirurgico nel 1860, fu nominato Professore ordinario di ostetricia, e più tardi dopo un concorso per titoli, venne assunto con decreto Reale nel 1867, come Professore ordinario di ostetricia e Direttore della Clinica Ostetrica dell’Università di Napoli. Dopo una vita attenta ai progressi della clinica ostetrica, muore a Torre del Greco il 9 marzo 1873. La notizia della sua morte fu appresa con autentico dolore da tutto il mondo accademico. Le sue ceneri vennero trasportate, dopo due anni, dal cimitero di Torre del Greco a quello di Cimitero di Poggioreale a Napoli e racchiuse in una tomba eretta nel Recinto degli Uomini Illustri. Sulla lapide si trova una iscrizione, dettata da Paolo Emilio Imbriani, dove si ricordano i meriti scientifici del Professore. La Lapide recita cosi:
« A DOMENICO TARSITANI cavaliere Mauriziano, Professore di Clinica Ostetrica nell’ateneo Napolitano, spento anzitempo il 9 marzo 1873 per indomabile amore dell’Arte sua in cui fu scopritore, La moglie e la figlia inconsolabili posero questa pietra »
Domenico Tarsitani, prima di morire, raccomandò alla moglie ed alla figlia gli studiosi napoletani. Queste privandosi di una rendita, costruirono un fondo per un assistente alla Clinica Ostetrica, nella quale il Dottor Tarsitani aveva lasciato orme indelebili nel cammino del suo insegnamento medico –

di
Maria Lombardo
Consigliere Commissione cultura Comitati Due Sicilie.
Centro Studi e Ricerche
Comitati Due Sicilie.

Il Brigantaggio Calabrese 1861-1870

In Calabria riemerse con inaspettate energie il Brigantaggio, che non era il padre della ‘ndrangheta poiché espressione dell’esasperazione delle misere condizioni vitali della classe dei contadini e dei pastori che non avevano opzioni diverse:morire per fame o farsi giustizia con le proprie mani visto che dalle istituzioni nessun progresso veniva somministrato. Le condizioni economiche dei contadini calabresi intorno al 1861 in poi erano terribili. L’uomo della campagna era malamente renumerato, oppresso dalla fatica perenne e dura, maltrattato, roso dall’usura e dall’odio verso il nuovo Stato. In nessun paese del mondo il contadino è tanto povero ed infelice quanto in queste contrade del Mezzogiorno. Chiosa così il Giannotta:” egli è macilento, lacero, sudicio, sfinito, triste e muto: il suo sguardo torvo vi dice i suoi rancori contro i suoi oppressori,( …) vi dicono lo stato di avvilimento e di demoralizzazione nel quale è caduto(1). Di diritto il preambolo spetta invece a Vincenzo Padula:” finora avemmo i briganti. Ora abbiamo il Brigantaggio; e tra l’una e l’altra parola corre grande divario. Vi hanno briganti quando il popolo non li aiuta, quando si ruba per vivere e morire con la pancia piena; e vi ha il brigantaggio quando la causa del brigante è la causa del popolo, allorquando questo lo aiuta, gli assicura gli assalti, la ritirata, il furto e ne divide i guadagni. Ora noi siamo nella condizione del brigantaggio”(2). Questa infamante e sanguinaria guerra civile deve essere raccontata in modo corretto non facendo passare per Santi i briganti né rendendo eroi i criminali di guerra, intrisi di grondante retorica patriottica. I Calabresi seppero però premiare il nuovo Stato, emigrando, e lasciando ai piemontesi di allora il loro opprimente sistema tributario, i loro intollerabili sistemi amministrativi intrisi della più negletta e vetusta mentalità feudale. Inoltre la fatale alleanza stipulata dai Piemontesi con i galantuomini con la coccarda tricolore non tardò a produrre i suoi frutti. Ad ostilità aperte ogni uno cerca di superare se stesso. I Briganti dice ancora Giannotta commettono azioni di guerriglia, anche atroci, ed i soldati Piemontesi rispondono coi massacri, incendi, saccheggi e rappresaglie (3). Fucilano seduta stante, anche per un semplice sospetto, mozzando le teste e le ficcano ai vertici delle pertiche, squartando i cadaveri, violentando le fanciulle, crocifiggono e ardono vivi i meridionali infine impediscono la sepoltura delle vittime. Le forze in campo nel 1862 impiegate in Calabria furono molteplici, ma in tutto il Meridione dalla Campania alla Calabria furono 120.000 uomini divisi in: 52 reggimenti di fanteria, 10 reggimenti di granatieri, 5 reggimenti di cavalleria; 19 battaglioni di bersaglieri. Inoltre agli uomini dell’esercito vanno sommati 7489 carabinieri, 83297 guardie nazionali, in totale le forze impiegate per sedare il brigantaggio furono 211.476 uomini. Tuttavia i guerriglieri meridionali erano 135.000 male armati, divisi in 488 bande scoordinate composta ogni una dai 5 ai 900 guerriglieri. Ad essi vanno aggiunti i contadini che informavano gli uomini in armi, le popolazioni che si sono ribellate in massa ed i parroci che fungevano da portalettere tra famiglia e guerriglieri. Tra il 1862 ed il 1870, ancora per capire, ci furono caduti in combattimento 154.850 uomini meridionali, fucilati o morti in carcere ancora 111,520 uomini numeri da capogiro. Non possono inoltre dimenticare i guerriglieri condannati che in tutto furono alla detenzione 328.637, e all’ergastolo 10.760. Sebbene le cose non migliorarono dopo un processo furono condannati 19.870 briganti dopo un processo ma senza processo il numero esubera in 479.000. I soldati Piemontesi invece ebbero poche perdite conteggiate così : caduti in combattimento 21.120, feriti o morti per malattia 1.073 dispersi o disertori 820. Totale perdite Piemontesi furono 23.170 questa la situazione generale per capire il momento storico e politico nelle Provincie dell’ex Reame Delle Due Sicilie. Riporterò a testimonianza di quanto detto in calce la testimonianza dei carabinieri periti per mano Brigantesca in quel lasso di tempo nella nostra Regione:” il 21 aprile 1863 a Borgia nel Catanzarese cade contro un brigante il carabieniere Laverra mentre il carabinier Bellini rivendica con l’uccisione del brigante, il 28 febbraio 1864 cade a Nicastro il Carabiniere Piermattei ucciso dalla banda del luogo. Il 26 ottobre dello stesso anno cade la banda Acri alias Pelacci questo il telegramma:”il capobanda Acri cessò così di spargere terrore in queste contrade da 3 anni in bande armate con atti di inaudibile ferocia”. 5 giugno 1866 in prossimità di S.Severina cade il carabiniere Lancillotto ma il brigante fu catturato,inoltre il 31 agosto 1866 viene spedito ennesimo telegramma:” la distruzione del brigantaggio calabrese deve essere considerata opera dei carabinieri e delle guardia Nazionale. Continua la carrellata il 17 settembre 1866 cade a Catanzaro il carabiniere Tallarico ed il brigante Vulcano”.

Di questi tempi calamitosi, si affermò quindi in Calabria il fenomeno dei “fuorilegge”: il brigantaggio calabrese. Il brigante in un momento difficile della sua storia, acquistò un alone leggendario e un potere di riscatto e di difesa per quella categoria sociale, umile ed oppressa, che nel tempo, da sempre aveva subito grossi torti. Poter proteggere il focolare domestico, la famiglia, difendere l’onore delle donne e della Patria, fu una forte necessità. Il rigore delle forca, anziché assottigliare le file dei briganti le ingrossò, per disperazione si sottoposero volontariamente alla forca e alla fucilazione. Dalla posizione infelice, creata dai feudatari dice Raffaella Di Capua, della povera gente ne scaturì empatia e reazione contro di loro, per fargli pagare in altro modo (4).

I poveri desideravano vendicarsi dalle umiliazioni, subite dai ricchi e talvolta diventavano briganti per sfidarli e piombargli addosso, ricattandoli per avere qualcosa delle proprie ricchezze. Era una guerra dichiarata. Tuttavia nella provincie della Calabria il brigantaggio cronicizza la Di Capua:”non vestiva colore politico”(5). Dopo l’impresa garibaldina, il filoborbonismo, fu una realtà esistente e dilagante, perchè la reazione trovò alimento non solo, nella propaganda svolta dai nuovi padroni ma anche dai problemi scaturiti dalla sottovalutazione dei problemi storici della Calabria. Nell’ estate infuocata del 1861, il 16 di luglio, il capo brigante Luigi Maruca alza un grido disperato attraverso un proclama:” Catanzaresi, alle promesse lusinghiere, successe il disinganno, alla ricchezza la povertà alla libertà la schiavitù”. Tuttavia è Domenico Ficarra a raccontare la situazione con dovizia:” Al disinganno il dolore, solo chi è cieco non vede dove ci hanno condotto i liberali che, portando un cencio rosso, cercarono la pagnotta e l’ebbero, ma fecero il loro scotto. Ci fu il plebiscito ma, nacque il malcontento per la brusca imposizione della legislazione piemontese. La Regione calabrese non ebbe nulla in comune col Piemonte. (…) ,se si analizzano attentamente i programmi ministeriali di Italiano e Storia, relativi all’insegnamento nelle scuole statali notiamo molte carenze e lacune”(11). La repressione del fenomeno brigantesco si inasprirono fino a provocare delle stragi senza eguali, clero e nobiltà filoborbonica furono colpiti: 71 sedi abbandonate, fuggirono principi marchesi perchè il malcontento divenne guerra. Il Piromalli nella Cronaca del Brigantaggio afferma così:”l’ Italia Meridionale produce frumento nelle pianure, olio nelle valli e briganti nelle montagne”(12). Effettivamente sia la Sila che l’Aspromonte divennero i covi delle “primule rosse”,circondati da impenetrabili foreste, dirupi inaccessibili, la mancanza di strade favoriva poi il tutto. Altro monte caratteristico è la Sila “asilo inviolabile” per i briganti senza villaggi ma solo foreste. Insomma una terra libera covo di lupi e di avventurieri. Inoltre le parole della Di Capua illuminano la realtà in cui il popolo era caduto:”Il popolo vide nel Piemontese il suo nemico e lo combattè, Garibaldi vi ha promesso carne e pane ma vi tradì, Vittorio Emanuele disse di farvi felice e non mantenne la parola, così furono messi nel disordine (13)”. Il quadro che ne viene fuori dalla consultazione di documenti ed articoli vari, nonché di lettere, pubblicate sui quotidiani, è inquietante per i lettori di oggi. Così come dovette esserlo per gli uomini di allora che subirono tali gesta. Ma la realtà è costituita da una sequela di incredibile di assassini, stupri, rapimenti, furti di bestiame ricatti e riscatti e centri dati al rogo:Strongoli, Zagarise, San Giovanni in Fiore ma molti si salvarono tra la popolazione scappando.

Ad agire, sono spesso, bande organizzate dalla consistenza anche minima fino al brigante solitario, tre, quattro o cinque persone costituiscono una banda e fanno giuramenti sacrosanti. Tuttavia la classe dirigente calabrese volle l’Unità per sé ma a soffrire doppiamente fu il popolo ed i deboli. Inoltre i briganti sono una piaga da estrirpare con ogni mezzo, dall’intervento militare, all’illegalità. Il brigantaggio è una serpe e bisogna estirpare la sua pericolosità. “ I fuorilegge” si camuffano, indossando divise militari per non farsi riconoscere ed agire indistrurbati. Fra il 1861 ed il 1866 venne emanata la legge Pica che spazzò via il fenomeno. Tuttavia dopo tale data il dissenso armato restò diffuso e preoccupante, conobbe pericolose impennate fino al 1870 nella nostra terra. Un teatro affollatissimo quello Calabrese tra il’61 ed il ’70 i legittimisti calabresi riuscirono a resistere alla grande, trovando le loro prede nei ricchi che attraversavano l’unica strada calabrese: la Carrozzabile delle Calabrie che da Cosenza giungeva direttamente a Villa San Giovanni. Nella Calabria, la provincia più infestata era Cosenza, il circondario tra Rossano e Longobucco ritenuto luogo di fucina dei briganti. Qui agivano briganti di fama e spesso li si ospitava nei monasteri. Tra i briganti famosi spiccò in Calabria Citra Domenico Straface detto il Palma, di Rossano, operava nel Longobucchese ed era lui il vero re della montagna. Morì povero pur avendo estorto migliaia di ducati con i sequestri. Fu diverso da tutti gli altri briganti incarnava la figura dell’eroe romantico: generoso coi poveri spietato con le spie. Mentre ad arricchirsi furono i suoi manutengoli i suoi informatori tanto è vero che morì per mano di un suo compare il 12 luglio 1869:” lo scannò mentre gli radeva la barba”. Infine lo decapitò per non essere accusato e divise la grossa taglia con i guardiani di un proprietario terriero del luogo. Insidiavano il territorio silano bande, con a capo uomini audaci ed intraprendenti, i quali si sostenevano con forza, inoltre, si distingueva dal comune assassino perchè non aggrediva il viandante per strada. I suoi principi vivere in campagna e sfuggire alla giustizia; d’inverno stava nel suo nascondiglio ma d’estate circolava di più(14). A conti fatti al danno risultò la beffa, e nelle località tra Cosenza e Catanzaro cronicizza la Di Capua con tali parole:” furono installati tribunali speciali di guerra, i quali in brevissimo tempo e in poche ore giudicavano e condannavano i colpevoli”(15). Rimasero alla storia inoltre capi brigante, conosciuti con i soprannomi: Ferdinando Mittiga detto “Caci” presente nell’abitato di Platì Rc, Domenico Carbone anch’esso di Platì, Benincasa di Rogliano; Paolo Mancuso alias Parafante di Scagliano; Nicola Gualtieri alias Panedigrano di Scigliano; Francatrippa di Rogliano; Pasquale Lisanti alias Quagliarella; Ed infine l’ultimo brigante calabrese Vincenzo Macrini arrestato nel 1872 dai Carabinieri. Ancora oggi sulla sua figura è stato scritto poco, facendo aleggiare un fitto mistero(16). Queste cose narrano le fonti storiche tendenti alla verità storiografica, nel 1868 Giacinto De’Sivo afferma:” i Piemontesi incendiarono non una casa, ma interi paesi, lasciando intere famiglie nella desolazione ,(…) « Briganti noi combattenti in casa nostra, difendendo i tetti paterni, e galantuomini voi venuti qui a depredar l’altrui? Il padrone di casa è brigante, e non voi piuttosto venuti a saccheggiare la casa? » (17)”.

1. G.Giannotta Da brigante a emigrante: tutta un’altra storia. SBO edizioni pag 174.
2. Vincenzo Padula Il Brigantaggio in Calabria (1864-1865) C. M Padula Editore 1981.
3. G.Giannotta…..opera citata pag 184-85
4. Raffaella Di Capua. I Briganti della Calabria , Passaggio del brigante per Nicotera Edizioni Mapograf V.V. PAG 75.
10. Raffaella Di Capua……opera citata pag 75.
11. Domenico Ficarra, Linee di Storia della Calabria. Edizioni Logos .Conquista sabauda.
12. Vincenzo Padula, Cronache del brigantaggio in Calabria 1864-65 a cura di Antonio Piromalli e Domenico Scafoglio, Athena, Napoli, 1974
13. Raffaella di Capua ivi pag 80.
14. Calabria Letteraria N. 10 11 12 1990 Banditismo e società di Giovanni Pistoia, Calabria letteraria n. 7 8 9 1998 .Questione silana di Mario Pezzi, Ulderico Nisticò, Briganti ed eroi, Calabria Letteraria n 4 5 6, 1980.
15. Raffaella Di Capua Ibidem pag 84. Giacinto De’Sivo Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861 .Napoli 1964.
16. Sitografia www.marialombardo2.tk brano Vincenzo Macrini l’Ultimo Brigante Calabrese.

di
Maria Lombardo
Consigliere Commissione Cultura Comitati Due Sicilie
CdS Calabrie

Recenti commenti Maria Lombardo

    Nessun commento da parte Maria Lombardo ancora.